fbpx
donna intenta a scrivere un racconto sul muro

Scrivere, ho cominciato con i ghirigori

Com’è la storia del suo scrivere?
Veronica scrive da sempre, ancora da prima di saper parlare, lei stessa non sapeva cosa stesse facendo
” così esordiva Andrea Bisio, relatore alle mie presentazioni.

Simpatico a rivelarlo, però così è successo, o quasi. Ognuno di noi ha dei primi ricordi, quando ci si rende conto di essere al mondo. Questi ricordi risalgono ad un’età piuttosto puerile. Ne ho sentiti raccontare perfino da chi se li ricorda dalla culla.

Il mio primo flashback

risale a quando già stavo in piedi e mia mamma urlava. Avevo una matita in mano, mi hanno raccontato. Una volta cresciuta lo sentivo ricordare da mio padre, perché lui amava raccontare/spifferare i fatti della mia esistenza per intrattenere amici e parenti. Riguardava il mio probabile primo approccio alla scrittura e l’urlo di mia madre era dovuto al fatto che questo fosse avvenuto sul muro di casa. Ci tengo a precisare che mio padre non era un imbianchino, per l’appunto, però è sempre stato, a modo suo, orgoglioso di me.

A ricordi fatti e riascoltati, penso davvero che la mia attitudine si sia manifestata in quei primi ghirigori sul muro di casa nostra. Dopo quella reazione mia madre, reduce da un istituto artistico e per tutta la sua vita convinta che io sarei diventata una stilista (e più tardi, quasi senza volere, l’avrei accontentata), si mise ad insegnarmi a disegnare sulla carta. Il lavoro degli imbianchini costava parecchio e i murales non erano ancora di moda.

Scrivere non era roba da bambini

L’accontentavo, perché a tutti i bambini piace disegnare qualcosa (anche gli elefanti sotto un cappello). Mia mamma ci teneva tanto. Io però ci scrivevo sempre sotto una didascalia. Lei girava il foglio e continuava a chiedermi: “Perché scrivi dappertutto?”.
Il manifestarsi della mia passione si era ritirato in luoghi nascosti, in attesa di essere capito da qualcuno che mi stava vicino.

Per scrivere avevo bisogno di un sostegno

Molto più tardi solo qualche insegnante l’apprezzò e anche nei test d’ammissione all’università l’unico punteggio degno di nota era proprio, e solo, nella scrittura libero. Dovevo scrivere in qualche maniera. Allora collaborai alle stesure delle tesi sfruttando la mia capacità di battitura veloce e precisa. Perché mia madre, nonostante io abbia seguito anche uno dei suoi sogni artistici, mi aveva iscritta ad un corso di stenografia e battuta su macchina da scrivere. Secondo lei era necessario se proprio dovevo scrivere e “Comunque nella vita bisogna saper fare più cose” diceva.
Le mamme d’una volta.
Utilizzavo il tempo libero per il mio piano, la scrittura che prima poi avrebbe trovato la sua opportunità…

Continuavo ad accumulare i miei pensieri e le fantasie. Ai diari di bambina, adolescente, semi-adulta si aggiungevano gli scritti da innamorata, viaggiatrice, immigrata, sposa, mamma. Tutti questi diari e fogli prolifici, e un numero esuberante di quaderni, mi seguivano nei miei spostamenti nel mondo. Portavo con me sempre una penna e un quaderno e traslocavo con la macchina da scrivere, regalatami da mio padre. Fino a quando è arrivato il computer.

Paura e coraggio

I floppy disk, i CD, il mio essere affascinata dalla nuova tecnologia insieme a un’incertezza nel salvaguardare i dati. Un paio di volte il mio PC rimase senza vita e dovetti portarlo da un tecnico per risuscitarlo. Che tempi, questo con la macchina da scrivere non succedeva! Facevo backup continui e al posto dei fogli proliferavo CD. Scrivere e non perdere niente era la mia fissa. L’ultima versione sempre nella borsetta. Vai a capire il perché. Certe cose le fai e il motivo lo capisci solo dopo. Avrò fantasticato di incontrare così, per caso, un editore. Coraggiosa nel pensare di essere pronta per quel treno che forse passerà una volta sola, e consapevole dell’avere il terrore di salirci sopra. 

Non scrivere per te

Ho la fortuna di avere una grande amica, Michela. Lei è anche una mia lettrice. “Non scrivere per te e me solo, scrivi per gli altri!” continuava a dirmi.
Un giorno abbassai la guardia. Nella mia vita passò una specie di uragano e persi quasi tutto, a parte il solito CD nella borsa. Banalmente detto, tutto serve nella vita, anche una lunga elaborazione di sentimenti difficili. Trasformavo il mio dolore nella bontà dei miei personaggi e creavo una sofferenza diversa che però conoscevo, la spostavo nelle storie. Cominciai ad elaborare la possibilità di pubblicare, cos’altro mi doveva andare storto?

L’ultima versione del romanzo “Hodobo, una volta cera la chat” era salvata nella borsa, continuava a crescere, cambiava, come la mia vita.
Coscienti, una soluzione c’è” mi diceva Dobias, il mio protagonista strafigo, nel mio romanzo di esordio.

Leggi anche: Pseudonimo: è comodo, produttivo e anche dovuto
Font “macchina da scrivere”

Lascia un commento

Scrivere, ho cominciato con i ghirigori

tempo di lettura: 3 min