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Monumento in memoria della rivoluzione di velluto

Rivoluzione di velluto – Emigrante senza scopo

Sono passati trent’anni dalla Rivoluzione di velluto.
Si potrebbe pensare ad un bel grande motivo per festeggiare.
Se fosse qualcosa di più che un evento con ballerini a far levare un simbolo, la stella rossa, dall’edificio della sede centrale dell’ex partito comunista cecoslovacco.

Invece no.  

Nella società ceca, secondo le ultime stime, solo la metà della popolazione si culla nelle soddisfazioni per le conquiste avvenute dopo 1989:

  • Poter dire pubblicamente quello che si pensa
    Durante il regime, per paura della prigione era largamente diffusa “l’emigrazione interna” (affettazione, uniformità e conformità), ovvero la strategia di mostrare una collaborazione, o almeno cercare di evitare problemi e ragionare al riparo;
  • Poter viaggiare liberamente
    Tra le leggi del regime l’atto di emigrazione illegale era considerato un reato penale .
  •  Dimostrare di essere in grado gestire dei progetti.
    Nel regime esistevano regole precise sia per accedere agli studi universitari che ad occupazioni di rilievo, sia per la proprietà privata.

Quando si dice dare al popolo la carota, i croissant, un contentino per farlo stare buono…

Manifestazione 30 anni dopo la Rivoluzione di velluto

La visione di cui sopra è considerata semplificata e comoda. In realtà, in occasione dei 30 anni dalla rivoluzione, il 17 novembre 2019 nella più grande piazza di Praga (Letenská pláň) si sono unite circa 250.000 persone con parole forti, in protesta contro l’attuale governo. Una delle manifestazioni più imponenti.

L’input è stato promosso dall’organizzazione “Un milione di momenti” (Milion chvilek) con questo pensiero:
“30 anni dopo la Rivoluzione di velluto, la democrazia non è fiorente. È fondamentale articolare con chiarezza ciò che vogliamo e impegnarsi per ottenerlo”.
A tal proposito, oltre alla manifestazione, il “Milione di momenti” ha diffuso tramite il web un documento per sensibilizzare anche altri cittadini, specificando le intenzioni:

“Noi sottoscritti

vogliamo avere politici che rispettano le regole e le istituzioni democratiche,
che non mentono, non rubano, non intimidiscono e non hanno conflitti d’interesse.
Vogliamo essere cittadini che si prendono cura degli altri e si interessano allo stato della società mantenendo la propria parte di responsabilità.
Vogliamo vivere in un paese dove prosperino libertà e giustizia, il paesaggio goda di buona salute e dove tutti possano vivere senza paura ma con gioia e dignità”.

“La democrazia per me è rilevante, troverò sempre un momento e se sarà necessario la difenderò” è il finale, una promessa insieme alla firma.

Ma cosa sta succedendo?

Perché le proteste e la paura per la democrazia? Nel web ceco escono articoli e personaggi di rilievo a parlare sul conto degli esponenti del governo. Una forte critica al primo ministro, un ex agente della Sicurezza di Stato in Cecoslovacchia, con la richiesta delle sue dimissioni. Inoltre le opinioni sull’introduzione del governato in stile russo, tramite sistemi tecnologici, utilizzando l’arma della disinformazione.

Rivoluzione di velluto e le pulizie mancate

In generale un dissenso a tutti coloro che nel 1989 hanno lasciato il timone del partito comunista ma sono rientrati ai vertici nel paese democratico.

Questo dopo che: “il regime comunista è stato dichiarato criminale, illegittimo e condannabile”. Esiste una legge a tal proposito ma non sono state emesse condanne per le colpe durante il regime.

Una bella gattona da pelare.

Perché nominarla “Rivoluzione di velluto”? Il titolo è già contraddittorio. “Rivoluzione” in sé significa rovesciamento, un cambiamento radicale. Niente che abbia a che fare con le maniere gentili, parafrasando una stoffa morbida. Forse dopotutto era un auspicio per una specie di modello, per riattivare la teoria della giusta guerra e in un modo dolcemente liscio…
Forse anche perché il risultato del rovesciamento del regime totalitario in Cecoslovacchia è stato considerato meno drammatico. Oppure, semplicemente, essendo l’ultimo stato della Mitteleuropa a far cadere il regime, si voleva pensare che fosse accaduto senza troppe “cerimonie”, in coda a tutti gli eventi precedenti.
Ad ogni modo è poco rispettoso verso gli studenti manganellati, promotori ed esecutori in prima linea negli eventi del novembre 1989.

Tutto torna…

Il popolo ceco ha una grande pazienza, forse è anche una precauzione, seppure non si faccia di certo mancare le occasioni per i festeggiamenti.
Come nel ’68, quando il popolo ceco usciva nelle strade gioendo per il nuovo “socialismo con il volto umano”, cantava insieme alla cantante Marta Kubišová (reietta dopo il “dovuto“ salvataggio post primavera di Praga da parte dei carrarmati russi) una canzone di nome “Preghiera”. Esprimeva il desiderio che nel paese restasse la pace (infatti erano gli anni Sessanta). Dopo la messa al bando la canzone è divenuta uno dei simboli della storia contemporanea ceca. Risentirla cantare durante gli eventi del 1989, e di nuovo nel 2019, produce il suo effetto.

…Che la pace d’ora in avanti rimanga in questo paese.
Cattiveria, astio e invidia che se ne vanno,
ora che i tuoi diritti torneranno
nelle tue mani, gente,
torneranno…”

(traduzione del testo originale riadattato)

Infine, un quesito sui fatti: si cloneranno o torneranno rinvigoriti?

Anche se gli tolgono le ali e l’uccello capirà di non poter più volare, non dimenticherà che ha saputo e ha potuto farlo.

Leggi anche: Jan Palach, 50 anni Primavera di Praga

Rivoluzione di velluto – 30 anni in pillola:

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Rivoluzione di velluto – Emigrante senza scopo

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