Donna con valigetta salta un burrone verso la parola lavoro

Perché il lavoro è importante?
«Chi non lavora non mangia”: ecco la regola essenziale, iniziale, principale che possono e devono applicare i soviet dei deputati operai quando saranno al potere».
L’avrebbe detto Nikolaj Lenin, forse ispirato niente meno che da San Paolo:
“Si quis non vult operare, ne manducet”.

Lavoro, un diritto

È diventato una delle pietre portanti del modello e del sistema politico comunista sovietico. Perché si sapeva bene che il popolo affamato è ingovernabile. La sicurezza del lavoro infondeva la tranquillità di avere da mangiare. Il dovere di avere un lavoro assicurava il rispetto verso lo Stato che lo forniva.  
“Onore al lavoro” era il saluto tra i lavoratori, compagni.
Lavorare a beneficio della società era considerato il primario dovere e diritto di ogni cittadino.
Se da una parte significava esercitare il dovere secondo delle direttive superiori e lasciare la propria opinione alla colazione, il diritto stava nell’avere lavoro sempre e comunque. Il tenore di vita era pressoché simile.

Lavoro dal regime allo smart working
V.I.Lenin

Cosa significava in pratica?

L’occupazione era garantita dallo Stato, a grandi linee c’era una divisione tra il lavoro manuale e quello intellettuale. Per svolgere il lavoro manuale non vi erano grosse problematiche. Esistevano scuole distinte per i lavori artigianali, in fabbrica o in campagna, con ore di lavoro comprese nel programma di studi.
Per studiare alle scuole superiori, invece, bisognava superare il test d’ammissione. Non bastava avere il punteggio necessario usciti dalla scuola dell’obbligo. Perché “se non studi vai a lavorare” era inteso seriamente.
Proseguire nello studio, sia alle scuole superiori che all’università, era possibile solo seguendo un comportamento adeguato, certificato, e avere dei genitori immacolati. Il regime comunista non perdonava le contraddizioni, neanche nei pensieri. Per un’adeguata preparazione politica venivano istituite varie organizzazioni sia in ambito scolastico che lavorativo. Farne parte era considerato automatico.

Dovere lavoro

Il lavoro era obbligatorio e perlopiù assegnato. Esisteva la possibilità di aspirare a una carriera però il controllo era ancora più stretto, così come l’obbligo di un totale allineamento con il regime. Il lavoro aveva una conduzione “statale”, nella forma simile a quella di oggi. Per la maggior parte della popolazione era un dovere, senza enfasi sull’unico interesse di arrivare a fine giornata. La gente aveva da vivere ma era tenuta sotto controllo. Niente di più, niente di meno.

Il lavoro dato andava svolto. Esisteva il lavoro forzato di carcerati e condannati politici.
Tra l’interruzione di un lavoro e l’inizio di uno nuovo era consentita una pausa. Per la ricerca o per l’assegnazione di un nuovo lavoro, non si poteva assolutamente sforare. Le forze dell’ordine avevano la facoltà di controllare, in qualsiasi momento e luogo, il timbro del datore di lavoro sulla carta d’identità. Esserne sprovvisti significava essere punibili del reato di parassitismo (essere un mantenuto).

Modello lavorativo

Lavoro dal regime allo smart working

Questa situazione nella Repubblica comunista ceca è cessata nel 1989. La reazione della popolazione è immaginabile. Così come il senso di libertà finalmente acquistato e la volontà di innalzare il tenore di vita a quello che c’era, o così si vociferava, nell’Europa occidentale.
Le conferenze in cantina erano finite. Si poteva leggere ovunque e tutto. L’epoca della fede praticata per strada e dell’infinita censura su ogni parola era cessata.


E lavorare? Senza più seguire solo direttive e imposizioni. Il potere di sfogare le proprie idee e utilizzare le capacità a tal punto che in Cechia nel 2019 c’è stato il più basso tasso di disoccupazione in Europa.

Nel nord Europa, intanto, si sta già sperimentando l’ulteriore abbassamento dell’orario lavorativo.
«Le persone meritano di trascorrere più tempo con le loro famiglie, con i propri cari, dedicandosi agli hobby e ad alti aspetti della vita, come la cultura» ha dichiarato la premier finlandese Sanna Marin per allinearsi al modello lavorativo svedese. Ora l’obiettivo della premier è la carbon neutrality entro il 2035.

Interessanti i dati del tasso di disoccupazione giovanile tra prima e post Covid. L’Italia dal 32,2% dichiara un attuale 27,2%, mentre la Svezia (punto di riferimento della premier Sanna Marin) sarebbe rimasta oscillando tra il 16% e il 17%. La Cechia, per un esempio doveroso, sarebbe andata dal 6,7% al 7,1%. Dati da Indexmundi e Euronews. Speriamo che questo “strano” confronto italiano non sia dovuto ai giovani partiti per lavoro all’estero.

Smart working

Significa lavoro intelligente, inteso come un nuovo modo di lavorare che consente un miglior bilanciamento tra qualità della vita e produttività individuale.

Nel 2020 l’Europa ha in gran parte confinato i lavoratori a casa con la possibilità e la necessità dello smart working. Le popolazioni da un giorno all’altro hanno dovuto fare i conti con la tecnologia. È iniziata una nuova concezione collettiva del lavoro, finora solo sperimentata ed eseguita da determinate professioni. Un nuovo approccio al lavoro, per molti identificabile come uno tsunami, per i più ottimisti è come trovarsi in una barca uguale per tutti. Vale a dire un allineamento con lo stesso tenore di vita…

Nell’ottica smart, il lavoro eseguito nel proprio ambiente, con la propria decisione nella distribuzione degli orari, favorirebbe la creatività e stimolerebbe nuove idee. Quindi un nuovo business grazie ad un nuovo approccio al lavoro. Insomma, un ambiente famigliare, comodo, piacevole, a propria immagine, viene messo alla prova per poter svolgere un lavoro. Magari senza averne l’attitudine, neanche da parte di chi lo dovrebbe coordinare, supervisionare.

Lavoro dal regime allo smart working

Sarebbe anche un dovere dei cittadini, lavoratori, per ridurre i rischi, attenuare i disagi e contenere gli enormi danni economici e sociali che a causa di questa emergenza aumentano nel tempo.

Ma purtroppo la realtà svela parecchi disagi. In Italia molti posti lavorativi sono rimasti scoperti, con la digitalizzazione di massa rimasta indietro per parecchio tempo (rispetto al mondo che la circonda) e sfondata nella difficoltà per la mancanza dell’adeguata formazione.

Con lo spostamento delle professioni necessarie per affrontare l’emergenza si sono create vere voragini nel sistema sanitario. E purtroppo questo elenco è molto più complesso e ancorato alla percezione quotidiana del peggioramento della qualità di vita dei cittadini in generale.

Festa del lavoro

Dopo il tasso di disoccupazione giovanile parliamo dei lavoratori che per un anno intero non hanno lavorato? I dati (a trovarli) sono di sicuro da brivido. Interi settori messi in ginocchio. Solo alcuni sono riusciti a far qualcosa, aiutare agli altri. In un contesto del genere come si poteva pensare a “festeggiare” la giornata del primo maggio? Certo, nella memoria rimangono le proteste e le otto ore lavorative contrattate nel 1866 a Chicago, estese a tutto il territorio americano solo nel 1886. Il 1° maggio è stato istituito anche in ricordo del primo attentato avvenuto durante lo sciopero generale, sempre a Chicago. Il 1°maggio venne ufficialmente dichiarato come Festa Internazionale dei Lavoratori al Congresso Internazionale di Parigi nel 1889.

Questi dati solo per sottolineare quanto sia difficile conquistare il diritto al lavoro, per non dire potersi mantenere, creare una certa qualità di vita. E come solo in un contesto adeguato sia possibile festeggiare qualcosa, compresa la festa dei lavoratori, o meglio umani che hanno un’occupazione dignitosa. Un impegno soddisfacente che si svolge nella misura massima al punto di sentire la voglia di unirsi agli altri e gioire.
Almeno questa sarebbe la principale componente della festa, no?

Esserci o non esserci


Anche nella “beata tranquillità” lavorativa del regime cecoslovacco, il primo maggio si festeggiava non lavorando. Però si doveva – per rispetto verso lo Stato – presenziare alle manifestazioni organizzate per tale giorno. Analogamente ci si doveva presentare al raduno la mattina all’orario preciso, per essere depennati nella lista del rappresentante incaricato. Il lavoratore riceveva una bandierina di carta da poter sventolare durante la marcia.
Come descriveva Milan Kundera ne “L’insostenibile leggerezza dell’essere” non c’era niente di festoso e tanto meno divertente nel marciare in una manifestazione avendo sempre i talloni pestati dai partecipanti più zelanti.

Nel 2021 essere liberi dagli impegni di lavoro significa pensare se sia o no dignitoso ricevere soldi dallo Stato in mancanza di un qualsiasi lavoro. Oppure fare festa dallo smartworking sul posto di lavoro. O se non si può scendere in piazza com’è accaduto a Chicago forse meglio guardarsi un film di fantascienza, uno di quelli con un attacco extraterrestre dove tutti si devono nascondere dentro un bunker invece di una delle versioni dell’Arca di Noé.

Capiterà perfino, dopo un altro pranzo fuori orario, di affacciarsi alla finestra e salutare con la mano un umano nella casa di fronte. Di poter pensare un’altra volta che forse, finora… e poi venire interrotti da qualcuno che è sceso in piazza per davvero, con un discorso preparato su un foglio, un discorso che tocca anche chi non lo sente in diretta. Da qualche parte nei piani alti considerato inopportuno, poi le solite polemiche e parole sul comportamento cauto. Però ci sono stati anche coloro che hanno detto «ha avuto coraggio», con quella voce che esprimeva quanto avrebbero voluto essere lì. Altre parole non servivano.

Festa dei lavoratori in piazza considerata inopportuna

Articolo agiornato.

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