Ipotesi: My Opinion scritto sulla lavagna col gesso

Una riflessione su fino a quando si possa credere nella migliore ipotesi. Per di più stando fermi e nella stragrande maggioranza (chi prima, chi dopo) non potendo farci molto. Intanto continuiamo a chiederci che conseguenze avrà per noi.

Prima non era che un fastidio

La prima fase, dopo la chiusura delle scuole, poteva non riguardare molti di noi. Con il metodo del self-help, ormai largamente diffuso, la mancanza della fonte di istruzione non rappresenta un ostacolo. Anzi, con internet, che non contiene solo divertimento puro, ci si può sbizzarrire all’infinito nel trovare la letteratura adeguata ad ogni esigenza. Trovare dei gruppi d’appartenenza e persone autorevoli di riferimento. Basta cercare.

La questione cominciava a pesare se un prodotto ancora fumante, definito e pronto, lo dovevi mettere da parte perché le aziende cominciavano a chiudere. I primi passi che muovi, perché tu non hai “problemi” a lavorare, vengono accettati ma rimandati. Cominci a capire che quel progetto che non voleva altro che essere attivo e non può nemmeno essere presentato, continuerà a starsene a riposo. E non perché non sia valido; non è una cazzata ma questa cosa sta davvero fermando tutto, cavolo!
Altrettanto i figli nel vicinato cominciano ad annoiarsi. E cerchi di capirli e speri che finisca al più presto. Questo era il sentore generale. Perlomeno ci si sentiva, seppur ancorati, sulla stessa barca.

Il peso della questione ha cominciato a sentirsi

Tutto continuava ad essere fermo, anzi, i lucchetti aumentavano. Le notizie sembravano tutte uguali e ferme sull’argomento esclusivo. Restare in casa ad alcuni suonava come una prigione, essere rinchiusi. Sul serio, con le prigioni straripanti dichiarate dal Lussemburgo al limite della tortura?
Qualcuno cominciava a “spazientirsi”, a casa con patatine e gelato, tanti libri, internet, Netflix e qualche bicchiere di vino. Dover restare a casa con i propri cari.
Mentre sotto casa passava un’altra ambulanza.

Fuori, lontani dalle loro case, respiravano a fatica delle persone addormentate su un letto d’ospedale. Restavano lontani dalle loro case tutti quelli che non erano riusciti a tornarci. Fuori tante persone sole, isolate, alcune potevano ancora vagare per le strade deserte. Da tempo hanno smesso di considerare il passato, le ipotesi, perché almeno hanno un presente.
Le persone morivano, fuori incombeva il silenzio sotto un cielo grigio muto.

Qualcosa appare surreale

Il tempo passava e c’era ancora chi si cullava nel dolce far niente, tanto più che il morire di fame si stava scansando. Che la situazione fosse seria per una buona parte della popolazione, nonostante si continuava a non capire come procedesse e tantomeno dove si stesse andando, era ormai chiaro. Come i sempre più crescenti ma deboli tentativi di “creare qualcosa, intanto”. Nemmeno si poteva decidere se essere arrabbiati o demoralizzati. Aspettare e utilizzare il self control per mantenersi in una bolla di pseudo-convinzione che magari, davvero, “tutto andrà bene”.
Le sirene continuavano a passare.

L’immondizia bisognava buttarla. La strada era deserta. Solo una macchina e una “signora” che scaricava dei sacchi del pane. Voleva farsi fotografare davanti alla mensa. Mi aveva pure risposto che secondo lei avrei potuto farlo perché lei “dà da mangiare ai poveri”.  Ai disagiati, penso io, e lo stesso disagio lo sentivo dentro di me. La macchina era partita.

Ipotesi e stime mancate

La civilizzazione occidentale ha un valore della vita più alto, di conseguenza ha la capacità di identificare un virus. Fare supposizioni più o meno elaborate. Però tende a lasciarsi andare con l’ottimistica aspettativa e a finire dentro al panico. Per questo non aiuta la divisione tra gli esperti virologi e di economia. I primi concentrati sui movimenti della forma vivente. Gli economisti per la mancanza dei numeri reali dicono di non poter fare una significativa stima economica.
Si temporeggia.

Tutti dicono che “sarà difficile” e tutti lo percepiscono ma non sanno la portata del difficile. Nel mondo occidentale, dove comunque si vede come stia quello ai piani superiori, anche l’emigrato di strada ha già da perdere ma per esperienza sa immaginarsi il peggio e altrettanto non ci tiene a tornarci. Però, a differenza di chi sta in “alto”, è più preparato.

Ipotesi – credi nella migliore, preparati alla peggiore

Suona come uno slogan e forse lo è. Esistono diverse ipotesi. Questa è una di loro che prevede, secondo la durata del blocco, tre scenari. Forse sarà la meno accettabile, la più spaventosa, ma ha tanto di reale.

In estate saranno definitivamente distese le restrizioni. Dopo quattro mesi di situazione eccezionale si abbasserà fortemente l’occupazione, oltre ai debiti personali e aziendali ci sarà il debito dello Stato. Con un impegno superiore si potrà riuscire a superare la crisi ma senza tornare alla situazione prima del virus.

Con conseguenze tanto più gravi quanto più si prolungheranno le restrizioni. Ogni mese in più a rallentare la produttività riporta l’economia indietro senza possibilità di ripristino del benessere. Sorgeranno conflitti all’interno delle società.

La peggiore ipotesi è di un disastro come conseguenza di un regime seminfermo, alternato con a semi attività nei diversi paesi per un anno e anche di più. Un non ritorno alla vita di prima.

Non resta che l’ipotesi di un futuro con una società di uomini fortificati. Sopravvissuti e forti, con gli ideali di una vita istruita e sana, un po’ come l’antica Sparta…

Leggi anche: Fede – credi e la tua fede ti salverà

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Categories: Come avere successo

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