Io resto a casa, un senzatetto sul marciapiede non può dirl

Io resto a casa col sorriso – Emigrante senza scopo

Resto a casa ma quale? Dove? Quando? E soprattutto come e perché?
È un problema essere un immigrato e vivere di spaccio, o essere un senzatetto, o vivere non clandestinamente ma dentro una comunità e di fatto non aver mai completato un processo di integrazione.

Io non resto a casa

Perché se un immigrato vive di spaccio, ora è difficile pure per lui. Uno spacciatore ha anche lui la sua giornata lavorativa, specialmente se lavora aggregato ad un territorio. Di fatto ha la sua postazione “dal-al” e lì gestisce il suo turno. Quando “stacca” arriva un suo “collega” e anche se è uno spazio delimitato è sempre una postazione, di fatto, fissa.

Non è un “resto a casa”, non è nemmeno un isolamento perché anche se tra un spacciatore e l’altro c’è più di un metro di distanza, la loro presenza è lì – fisica e fissa – giorno e notte – nonostante il divieto di socializzare. Stanno lì a questo scopo, attirare clienti che passano o che comunque arrivano – di giorno e di notte – come sono abituati, come gli gira e come riescono, eludendo il divieto, rimanendo in contatto.

Ci sono persone segregate in casa, avendo capito l’utilità di questo comportamento – cioè di non contrarre il virus – che non vanno per le strade continuando a muoversi, come mine vaganti che presumibilmente, per la loro condotta di vita, si potrebbe pensare possano essere portatori se non ammalati.

Certo che gli spacciatori non mi sono simpatici ma in questo preciso periodo ancora meno, come tutto ciò che si distacca volontariamente dalle condotte accettate dalla comunità. Nella quale pure loro stanno, vivono, mangiano, si vestono e guadagnano denaro. Il loro scopo è palese, è il loro modo di sopravvivere, ma in questo preciso periodo anche il più indulgente pensiero ha ancora senso di esistere?
Sono arrabbiati, alcuni, gridano pure e si sente bene, perché le strade sono vuote.

Senza tutto

Il senzatetto è senza tutto. Possiede quello che riesce a portarsi dietro da un posto all’altro. La sua cura dell’igiene spesso non fa, da un bel po’, parte delle sue abitudini. Non perché non vorrebbe sentirsi pulito pure lui, non perché non sappia che esistono le docce per poche monete. È la rassegnazione ad uno stato, dove comprarsi un po’ di alcool ha la meglio sui pochi spiccioli. Per scaldarsi o per non dover pensare, almeno per poco, ma non dover pensare.

Il senzatetto cambia spesso posto, non ha residenza, non ha diritti e non ne sente i doveri. Sono fantasmi dentro una società che fa finta di non vederli. Perché non lavorano, non producono, sono sporchi, puzzano e chiedono le monetine.
Ci sono delle associazioni che dispongono di letti per i senzatetto. Una volta chi ne voleva usufruire faceva una lunga fila di diverse ore nel pomeriggio per riuscire a prendersi un posto dove dormire, invece della panchina nel parco. Oggi le diverse associazioni si sono organizzate per ragioni di sicurezza e per stimolare la volontà dei senzatetto verso il recupero. A tal scopo ci sono colloqui e punteggi per poter accedere al posto letto per un periodo stabilito.

Il senzatetto non può dire “io resto a casa”

A parte non dover fare una fila lunga, il letto vale per la notte e il poterne usufruire dalle otto di sera alle otto di mattina. Poi devi abbandonarlo e se non ti presenti una notte, rischi la perdita di tale “privilegio”. Per mangiare si può accedere alle strutture che forniscono cibo o un pasto in strutture attrezzate anche per i bisognosi dal reddito basso.
Quando potevano stare aperti…
Il senzatetto se ne sta comunque per strada. Suppongo, ma non ho la possibilità di accertarmi che adesso facciano anche a loro dei controlli per non diffondere il virus. Mah.
Ad ogni modo i senzatetto, i bisognosi, sono sempre una fragile mina vagante per le strade. E di certo anche se lo volessero o lo desiderassero non potrebbero far parte del “resto a casa” perché ovviamente non sono in condizione di poterlo decidere.

Resto in casa senza integrazione

Da sempre sono presenti varie etnie sul territorio. Se in alcuni stati si applica fortemente il dovere di un emigrato a partecipare al programma d’integrazione, ci sono posti dove avviene a malapena. Nonostante un emigrato in regola usufruisca del privilegio di essere un cittadino, lavorando e mandando i figli a scuola. In Italia, del privilegio della sanità pubblica. Abitando in una casa, magari assegnata dal comune, eppure continuando ad aggregarsi solo e quasi in esclusiva ai suo “etnicamente simili”.

Socialmente accade che i “nativi” addirittura vengano rifiutati come possibili amici o partner nella vita. Se da una parte accettano di lavorare per persone “diverse” dall’altra, sono loro stessi a considerarli tanto diversi da non volerli neanche conoscere.

Col sorriso…

Così restano lontani dalla quotidianità “normale” e ancora di più da quella che è stata cambiata a forza dagli ultimi sviluppi. Il “resto a casa” non lo sentono del tutto loro.
L’aggregarsi tra di loro invece non cessa. Seppur percepiscano un disagio fuori dalla porta, nelle casa continuano a socializzare intere famiglie, insieme.

Magari non ci pensano proprio che agli altri provocano un disagio col loro comportamento. Però questo conferma il loro punto di vista differente, che non è necessariamente dovuto all’ignoranza. Sono i commenti che lasciano quando chiacchierano per la strada come prima, quando parlano a voce alta nei cellulari, quando rispondono a chi gli chiede perché non rispettino il “resto a casa”. Loro sorridono mentre lo dicono al cellulare, loro ridono mentre quel signore lo chiede, loro rispondono che sono gli italiani ad aver paura del virus.

“Non resto a casa

perché ho attraversato un deserto, sono scappato mentre sentivo dietro le mie spalle gli spari, ho perso un amico che non è sopravvissuto alla traversata del mare e adesso che spaccio, sono senza un tetto, condivido una stanza con altri dieci o abito in una casa tanto grande come non l’ho mai avuta, devo avere paura di un virus?”.

Il mondo cambierà ma ci saranno sempre le persone fragili da una parte e i più forti dall’altra? Quelli che ascolteranno le richieste e quelli che le ignoreranno? Quelli che si mettono a guidare e quelli che automaticamente si siedono dietro?
O magari la fragilità farà parte degli uni e degli altri e la forza avrà un beneficio comune condiviso da tutti?
La comprensione troverà un punto d’arrivo tra le parti che, ora stentando o non volendo affatto, se la intenderanno?

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Memoranda/ Io resto a casa

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Io resto a casa col sorriso – Emigrante senza scopo

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