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Quando vogliamo rivendicare la nostra bravura ci teniamo alla nostra diversità ma stiamo alla larga da chi riteniamo una persona sgradevole. Eppure del diverso si parla spesso. Il diverso viene utilizzato nei programmi elettorali ma il progetto spesso naufraga in qualche oceano. Quest’esclusione dell’essere diverso si diffonde concimata soprattutto dalle critiche e il suo apparire sgradito fa storcere il naso, azionandolo da qualche altra parte. Il solito problema ramazzato sotto il tappetto.

Tribù sulle strade

La scarsa igiene è una delle rassegnazioni ad uno stato, dove comprare un po’ di alcool ha la meglio sui pochi spiccioli. Per scaldarsi o per non dover pensare, almeno per poco, ma non dover pensare. Sono i diversi delle tribù della strada, i senzatetto. Senzatetto che significa senza tutto. Possiede quello che riesce a portare con sé. Si sposta in continuazione, sopravvive in situazioni che sarebbero inaccettabili per chi una casa ce l’ha. Ma questa è solo una parte di una catena di rinunce che diventando una persona sgradevole si deve sopportare.

La conseguenza di non avere una residenza è di non possedere diritti e di non percepire più l’esistenza di doveri. Si finisce a far parte delle tribù della strada, fantasmi dentro una società che fa finta di non vederli. Perché non lavorano, non producono, sono sporchi, puzzano e chiedono monete, qualcosa da mangiare. Hanno perso la vergogna insieme alla dignità, perché non li vuole nessuno. La carità toppa il problema dei reietti della società.

Perché anche le associazioni sono arrivate a non passarsela bene con l’aggiunta del Covid. Anche loro hanno dovuto interrompere la loro l’attività e quelle che sono riuscite a riaprire con le loro stesse possibilità dimezzate hanno trovato le problematiche oltre che raddoppiate.

Aggregazione dei simili

Da sempre sul territorio sono presenti gli emigrati, spesso estranei alla creazione di legami culturali. Se in alcuni stati si applica fortemente il dovere di un emigrato a partecipare ad un programma d’integrazione, ci sono posti dove avviene a malapena. Nonostante l’emigrato regolare usufruisca del privilegio di essere un cittadino, perché ha un lavoro, manda i figli a scuola, in Italia ha la sanità pubblica e magari una casa assegnata dal comune, si aggrega solo o quasi in esclusiva ai suoi “etnicamente simili”.

Socialmente accade che siano rifiutati i “nativi” come amici o partner nella vita. Parlando del razzismo come piaga dell’umanità è giusto rilevare l’esistenza del razzismo “al contrario”. Se da una parte gli emigrati accettano di lavorare per un “essere diverso” dall’altra lo trovano una persona sgradevole al fine di coltivare una conoscenza. Di conseguenza sbarrano, anche loro, la possibilità di essere conosciuti a loro volta, di poter essere compresi nelle loro abitudini diverse.

Essere diverso 1, persona sgradevole

Persona sgradevole

Il tempo è diventato una componente veloce che con minimi sforzi vuole ottenere massimi risultati. Le operazioni di recupero si considerano troppo lunghe. Nonostante anche per diventare una persona sgradevole ci voglia una dose di tempo e disumanità. E serve una forza maggiore per superare questa caduta nella diversità, da soli non ce la si può fare. Si diventa uno scarto della società nella quale solo alcuni si lavano la coscienza.

Mi piacerebbe poter leggere numeri di persone in risalita. Come quelli di persone guarite dal virus, i dati dei senzatetto che intraprendono un percorso per uscire dal degrado, di coloro che lo completano. Magari condividendo il primo tetto in comune, partecipando ad attività socialmente utili, dando loro volontariamente una mano alla comunità. Non di certo le dichiarazioni da parte delle autorità come “Niente elemosina agli homeless, per loro il centro è un bancomat”, che spazzano via il “problema”. Concordo che l’elemosina non sia la soluzione, come ho esposto nell’articolo: Relazioni e diritti umani, no alle monetine, ma come spiega l’Associazione Opportunanda in: “Persone Senza Dimora: basta falsità e superficialità”, spazzare via i diritti umani è un debito della società civile.

Noi umani ce lo diciamo di dover cambiare, innalzare la nostra umanità e seguire i valori. Evitare di sfruttare il lavoro giovanile, di non riconoscere le capacità dei giovani, la tratta degli umani e lo schiavismo che ci portiamo dietro da secoli. Quanta vergogna nel significato “essere umano”, quanti autogol all’intelligenza… vivere con il sogno dell’eternità e sprecare il tempo che veramente abbiamo a disposizione.
Un po’ di sfogo ci vuole. Perché capite che il connubio di parole “persona sgradevole” è già per sé pesante.

Essere diverso

Gli indigeni risolvevano i problemi della specie umana mischiando diverse tribù.

Il mondo cambia, eppure ci saranno sempre le persone fragili da una parte e i più forti posti in alto o girando l’angolo? Quelli che ascolteranno le richieste e quelli che le ignoreranno? Quelli che si metteranno a guidare e quelli che si siederanno dietro? Essere diverso è l’essenza dell’umanità, significa non essere automi. Nell’affrontare la paura di essere sopraffatti dall'”intelligenza artificiale” e nell’essere ignorati dall’umano più vicino.

«Ho attraversato un deserto, sono scappato mentre sentivo dietro le mie spalle gli spari, ho perso un amico che non è sopravvissuto alla traversata nel mare e adesso spaccio per poter vivere, condividere una stanza con altri dieci, chi sei tu a venirmi dire cosa è sbagliato?»

Magari la fragilità farà parte degli uni e degli altri e la forza avrà un beneficio comune, condiviso da tutti nella partecipazione alla benedetta inclusione. Stiamo partecipando al fenomeno di ignorarsi reciprocamente.
Slegarsi dalla nazione in cui si vive o sopravvive, che sia una caduta o con l’intenzione di starsene in disparte. Intanto è una chiara assenza, la negazione verso la nazione ospitante. Ed è un problema del cane che si morde la coda. La persona socialmente assente nella comunità, facilmente viene considerata una persona sgradevole, a causa della negazione di una conoscenza approfondita.

Progetto europeo

Finalmente è arrivato un progetto concreto dall’Unione Europea: “Dare un tetto a tutti non è carità. È giustizia sociale” allo scopo di non avere più persone senza tetto entro il 2030.

– Il primo premio è andato al progetto #HousingFirst della Repubblica Ceca,
– il secondo al progetto “É Uma Mesa” del Portogallo
– e il terzo premio al progetto di Housing sociale di Trieste.

Questa è una buona notizia, l’Unione Europea ci ha messo i quattrini, ci sarebbe da aspettarsi che le iniziative si allarghino a tutta la comunità. Come quando Ronald Wilson Reagan disse a Michail Gorbačëv di “abbattere quel muro” e finirla con l’Europa non democratica realizzando questo cambiamento. Similmente all’abbattere la diversità tra le persone che hanno una casa e quelle che non sanno dove dormire. E si potrebbe smettere di guardare da un’altra parte…

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