discorso politico

Il discorso politico non è una questione semplice, l’avevo già approcciato in Fare un discorso – arringa con due erre. Ma è un periodo “propizio” e se ne sentono di varie tipologie, di orazioni compiacenti che già presagiscono tanto fumo e niente arrosto. Non mi resta che fantasticare su come lo vorrei io, un discorso politico.

Cosa c’è che non va?

Potreste dirmi, tutti voi, che avete già preso la vostra decisione. Per me non è così. Ho visitato i tre seggi di Torino, cerco di essere una cittadina scrupolosa. Ho ascoltato i dibattiti e fatto le ricerche. E il risultato, ovviamente, è la mia opinione nonchè la causa per cui vorrei sentire un discorso diverso.

Il caso si direbbe semplice. Trovo contenuti deboli, al massimo hanno un paio di categorie di urgenze, e scusate se lo trovo esiguo. E se proprio si vuole capire qualcosa, le intenzioni al di là del detto o non detto, bisogna andare a farsi un giro per il web, dove i programmi politici escono a rate. Mica avranno problemi con il copyright?

Lasciamo perdere la comunicazione non verbale, anche se accompagnata da una frase… valutate voi: sembra parecchio stancante avere tutti quegli aperitivi da fare con gli utenti/votanti (una citazione da un seggio). Tanto più che la persona probabilmente non si rendeva neanche conto di che “bella castronata” stesse dicendo per descrivere l’attività del seggio.

E passo direttamente alle mancanze degli slogan che dovrebbero creare una sensazione, dare un messaggio di credibilità e sapere di sincerità. E nonostante queste componenti dovrebbero scatenare una reazione da “wow”. Scusatemi se vado da Stephen King (a guardare sempre oltreoceano) ma l’unica cosa che ricordo a proposito degli slogan che girano per Torino è la sua raccomandazione di non esagerare con gli aggettivi. Ed è davvero difficile.

Discorso politico, lo vorrei, diverso
Risolvere lo spazio di competenza

E cosa che ho io?

Non è che io senta la necessità di dovermi giustificare e dare delle credenziali, perché mi permetto di giudicare le persone per come dicono di guidare una città. E ho ancora bene in mente, in un paese fortemente turistico, quando mi hanno chiesto di candidarmi perché avevo risolto un problema, o come in un altro paese con delle criticità nell’accettare il diverso avevo pensato di entrare nel consiglio comunale e mi era stato detto che non avevo l’esperienza e le capacità che una carica politica richiede, sarei stata sopraffatta ancora prima di cominciare.

E quindi, penso sia tutto questione del posto e dell’atmosfera del momento, come oggi che da una parte esiste ancora la solita sfiducia e bisognerebbe colmarla spiegando bene alla gente che cosa si pensa di fare e perché si può farla, e dall’altra parte sentiamo l’inno della ripartita di chi ce l’ha già fatta e non si capisce bene come. Ma si ripete che bisogna prendere questo treno della fantastica crescita all’orizzonte. Sì, io abito a Torino, ma ovunque parlo con le persone e osservo.

Ho avuto la possibilità di fare volontariato in un’associazione che raccoglieva in un rifugio diurno alcune anime perse, e mi sono resa conto che non è facile relazionarsi con il diverso. Ho dovuto impegnare del tempo prima di passare dall’osservazione al poter dialogare. Ma ho imparato tantissimo da questa esperienza e la più importante era proprio relazionarsi con il diverso da me, oltre a perdere quel certo terrore che possono suscitare le anime perse, smettere di pensare che: «Tanto non si risolverà mai».

Adesso mi arrabbio quando un uomo sulla strada mi chiede di dargli qualcosa da mangiare e una donna grida di aver fame. Siamo ancora a questo punto? Sì, certo, dare una ciotola di riso a tutti sulla Terra dicono sia impossibile. Forse qualcuno dovrebbe smettere di farsi dei giretti nello spazio.

Stiamo ancora buttando Le monetine… “È come buttare delle briciole ai piccioni, delle noccioline agli animali in gabbia o i desideri in una fontana” a chi non ha più niente.

Vorrei qualcuno vicino a me

che sentisse la rabbia davanti alle mancanze che non dovrebbero più esistere. Se vogliamo essere cinici: i portatori problematici, vaganti, disfunzionali, menefreghisti, ignoranti, sporchi, violenti (maleducati, ghettizzati…), insomma, non osservanti delle regole e leggi con o senza volontà propria, sono diversi e ovunque. Sopra tutti gli scalini della società e capisco che troppo è troppo, come il poco che si perde. Questo per chi ama gli aggettivi.

Un giorno mi piacerebbe scrivere un discorso per la presentazione di un programma politico di qualcuno che pensi oltre l’elettorato, oltre la tecnica del massimo profitto, all’attirare investimenti materiali. Che non parlasse tanto per il gusto della propria voce senza arrivare mai al dunque e che pensasse a un futuro visibile anche dalle persone che non possono votare perché non hanno il diritto di farlo. Che desse rilievo a tutte le età senza preferenza per una o l’altra. Sarà superfluo aggiungere che rispecchierebbe i miei valori.

Discorso politico, lo vorrei, diverso
l’importanza per tutte le età

Discorso politico ipotetico

«Vi dico subito che il mio impegno sarà cinquanta e cinquanta tra diritti umani e far rispettare le regole.»

Il candidato ha cominciato senza indugi e in modo pacato ma deciso. A seguire una breve pausa, come volesse far sedimentare il messaggio. Infatti la sua visione l’aveva ripetuta durante tutto lo svolgimento del discorso politico.

«Vi spiego subito perché ho scelto questa idea di occuparmi di diritti umani e del rispetto per le regole. Lo ritengo un modo di vivere costruttivo per la comunità. La nostra collettività.

Facciamo mente locale su nostri problemi, quelli seri intendo, ovviamente. Che ci stanno a cuore e ci piacerebbe potessero cessare. Sono certo che all’inizio metterete la sicurezza, poter fare progetti per il futuro, magari non siete soddisfatti del sistema scolastico?

Sono pesanti, vero? E dall’altra parte c’è poca fiducia nelle soluzioni. Io non ho una bacchetta magica ma ho una grande voglia di cominciare le mie missioni. Sono convinto che per poterci sentire più leggeri bisognerebbe cambiare lo stile di vita. Cominciando a pensare agli ultimi, ai diversi, a tutti coloro che non hanno più i diritti. Queste persone devono tornare ad essere umani, non considerati solo numeri a perdere, perché loro stessi hanno perso una vita dignitosa. Non puoi aiutare a te stesso se prima non aiuti chi sta peggio di te. Non puoi ricevere se prima non dai.

Fifty – fifty

Per questo io mi impegno fifty-fifty per far rispettare i diritti umani come le regole della comunità. Poter costruire una società dove è possibile ricevere quello per cui si sono perse le speranze.

Vi domando: davvero possiamo ancora studiare la sicurezza, perché diventi sempre più forte e spazzi via i problemi degli umani lasciati in fondo? Possiamo ancora credere che le regole siano solo un pezzo di carta? Che insegnare la storia contemporanea ai nostri figli non serva a nulla?

Cinquanta e cinquanta, dare per avere. Questa è la mia proposta, per un individuo e la comunità.
Abbiamo tante risorse che stanno lì, inutilizzate. Stiamo imparando a differenziare le immondizie ma dobbiamo imparare a gestire le nostre abitudini:

  • trovare il riutilizzo delle cose,
  • ricevere da ogni capacità ed età il giusto contributo per un’occupazione soddisfacente,
  • riutilizzo di case abbandonate,
  • condividere sempre più gli spazi per relazionarsi, le coabitazioni, i centri di aggregamento,
  • essere vigili ed educativi verso chi non partecipa alla comunità in modo civile o accettabile per la serena convivenza.
Discorso politico, lo vorrei, diverso
manca il tetto

A questo punto vorrete un esempio sul dare, regalare uno scopo nella vita. Educare e vivere senza sprechi. Per esempio, se le case vuote non sono sufficienti c’è chi trova un modo alternativo nell’impiegare proprio la plastica. Le bottiglie che in giro inquinano. La plastica che impiega da 200 a 400 anni per decomporsi. Noi qua, oggi, non abbiamo tutto questo tempo, ma possiamo creare degli spazi per la condivisione. È un esempio ma ce ne sono tanti altri e siamo pronti ad accogliere e discutere le idee per il recupero degli spazi, per dare un tetto sopra la testa a tutti.

Smettere di dormire per strada, avere un’occupazione di manutenzione, per esempio, dare un contributo per stare all’interno di una comunità. Poter tornare ad essere umani, essere accettati e non uno spauracchio, legarsi con il prossimo, creare le relazioni sane. È solo uno dei tanti esempi.  E non dimentichiamo che vale anche per le altre realtà, come l’emigrazione senza il controllo e l’emigrazione che resta non integrata. Non è solo la scuola da puntare il dito contro la mala educazione.         

Basta inventarsi le sicurezze, basta usa e getta di oggetti e di esseri umani!

Diritti e doveri, cinquanta e cinquanta, se sarete con me, ovviamente, ma io sono pronto già da oggi, voi?»

Io lo voterei

Così, per una partecipazione, collaborazione, collettiva. Si porterebbe incontrarsi per strada per avere delle normalissime relazioni umane. Portare in giro il cane, coltivando legami tra di noi e con il territorio. Giorno e notte. Incontrare cultura anche per strada, con sorriso e disponibilità umana. Non lasciare ai giovani come unica scelta di aggregazione solo la movida. Fare uscire gli anziani chiusi in casa e far giocare i bambini all’aperto con un’aria respirabile.
No alle monetine. No al disagio sociale. E no alla paura.

Sì alla ritrovata manualità, all’ingegno e alla voglia di fare qualcosa insieme a qualcun altro. Le porte aperte agli artisti, per ridargli la voce per esprimere le loro visioni con le quali confrontarsi. Datemi la meritocrazia, vi prego!

Sì, forse ho letto Utopia.

Sarà perché l’immagine della paura del domani, di un futuro sfocato, grazie anche alla pandemia, si è fatta più pressante. La sicurezza e la giustizia vengono associate alla paura. E se questa non viene curata, si potrebbe pensare che sia il solito strumento del potere. E questo io non lo voglio. Sono cresciuta in un regime…

Per un discorso tutto vostro:

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